La maniera di Ascanio e Vincenzo Manenti nella chiesa di Sant’Agostino a San Martino di Petrella Salto

San Martino di Petrella Salto è uno dei tanti piccoli borghi arroccati sulle alture della dorsale appenninica con le case bastione strette intorno al campanile della parrocchiale da cui riceverono per secoli i rintocchi delle ore ed il conforto della protezione celeste.

Fin dalle origini, il paese e la chiesa condivisero il titolo di San Martino, vescovo di Tours, a cui si è inteso aggiungere o sostituire in anni recenti il titolo di Sant’Agostino.

Nell’Introitus dell’anno 1476 la chiesa di San Martino risulta registrata nel Vicariato di Cittaducale, soggetta al pagamento di un censo in natura dovuto al Capitolo della Cattedrale di Rieti «pro decima grani qr. 2, sp. 2».

Dopo l’erezione di Cittaducale a sede vescovile, decretata da Alessandro VI nel 1502, le chiese del territorio del Vicariato ricadente territorialmente entro i confini del Cicolano rimasero uniti alla diocesi di Rieti.

La Visita Apostolica condotta da monsignor Pietro Camaiani nell’inverno 1573-’74, a dieci anni dalla conclusione del concilio di Trento descrive le condizioni in cui versava la chiesa di San Martino di Petrella Salto, affidata in cura d’anime al rettore Rutilio Ferraretti, giudicata inadatta alla celebrazione della Messa fin quando non si fosse riparato il tetto, consolidate e imbiancate le pareti, mattonato il pavimento, serrate le valve della porta  «ne brutis pateat accessus», degnamente allestito l’altare.

A ciò era tenuto a provvedere don Rutilio, ventiquattrenne suddiacono e beneficiato nativo di Petrella che aveva frequentato il Seminario diocesano per soli otto mesi ed appariva poco incline allo studio delle lettere, obbligato a concludere gli studi entro un anno.

Non sappiamo se il giovane riuscì mai ad onorare l’impegno assunto con il Visitatore, ma certo la popolazione fu spronata a mettere mano al riassetto della chiesa se già intorno al 1600 l’edificio in pietrame assunse le forme compatte ingentilite nella facciata dal semplice portale architravato sormontato da un oculo sopralluce e all’interno poté essere allestito l’altare dalla solida, armoniosa alzata in legno intitolato alla Madonna, rappresentata in trono con due Santi martiri al suo cospetto.

Per i suoi caratteri stilistici, la tela è riconducibile alla maniera di Ascanio Manenti, l’artista di Capradosso

La Madonna in maestà della chiesa di San Martino presenta singolari affinità con la Madonna della parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo di Capradosso e con la Sant’Agata dipinta per l’omonima confraternita femminile che dalla fine del Cinquecento condivideva con la confraternita dei mercanti la chiesa di San Pietro Martire, già appartenuta con il titolo di San Matteo ad Ysclam ai Cistercensi di San Pastore che la utilizzavano come foresteria.

Qualche decennio più tardi, fu Vincenzo Manenti a realizzare per il secondo altare a cornu Epistulæ intitolato alla Madonna del Rosario la serie dei misteri che incorniciano la nicchia in cui nel secolo successivo sarà inserita la statua, dipinti a parete con la tecnica mista più resistente dell’affresco messa a punto dal maestro formatosi alla bottega del padre e perfezionatosi a Roma negli anni Venti del Seicento frequentando le prestigiose, affollate botteghe del Cavalier d’Arpino e di Domenichino.

L’iconografia del SS.mo Rosario con la donazione della corona mistica ai Santi dell’Ordine dei Predicatori appartiene intimamente al regesto di Vincenzo Manenti, più volte interpretata per la soddisfazione della svariata committenza.

In particolare, il ciclo dei misteri impaginati ordinatamente in orizzontale ed in verticale come cornice per accogliere la bella statua della Madonna vestita culmina nella cornice mistilinea in stucco che lascia spazio alla fantasia dell’artista, in costante equilibrio tra la convinta adesione ai canoni e l’esigenza di conferire ai dipinti un tocco di originalità.

Nel caso della chiesa di San Martino, resta soltanto la cornice barocca dalle eleganti volute in stucco che sovrasta la nicchia impaginando l’immagine di Maria assunta in cielo, accolta dal Figlio che la incorona insieme con l’Onnipotente.

Un volo d’angeli completa la scena, campita sullo sfondo di luce dorata che suggerisce la gloria eterna del paradiso.

Le quattordici formelle dei misteri, distribuite correttamente agli angoli della nicchia in cui è collocata la statua mariana hanno perduto le cornici in stucco in cui sono raffigurate le scene salienti della vita della Vergine, dall’Annunciazione fino all’Assunzione, che s’intrecciano con le vicende terrene della morte e della resurrezione di Cristo.

Tutte le immagini hanno sviluppo entro uno schema ortogonale, alternando però la disposizione in orizzontale o in verticale.

Il mediocre stato di conservazione, aggravato nel corso dei secoli da maldestre ridipinture, i riquadri dalle dimensioni oscillanti tra i 25 x 38 centimetri in orizzontale e i 34 x 25 in verticale è stato sanato grazie agli attuali interventi di restauro che hanno rivelato la sicurezza e l’eleganza del segno, la padronanza dell’anatomia, il gusto del colore che riconosciamo nelle decorazioni parietali delle cappelle di San Rocco e dell’Angelo Custode nella cattedrale di Rieti, nella natia Canemorto a Santa Maria dei Raccomandati e al santuario della Madonna di Vallebona e poi a Rignano Flaminio, a Toffia, a Montopoli, a Mompeo.

Hanno uno sviluppo efficacemente narrativo i grandi lacerti della Flagellazione (cm. 200 x 408), della Salita al Calvario (cm. 200 x 405), della Crocifissione (cm. 215 x 427) a cornu Evangelii ed al catino dell’abside, restituiti grazie all’impegnativo cantiere di restauro curato sotto la tutela della Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti.
A cura di Ileana Tozzi.

2026-10-31T10:03:02+00:0031 Ottobre 2026|

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