La chiesa conventuale di San Francesco dalla tipica architettura romanico-gotica fu costruita lungo la sponda destra del Velino tra il 1245, quando Innocenzo IV concesse l’indulgenza ai fedeli impegnati a sostenere i lavori Francescani, e il 1253 quando il Consiglio comunale vi si riunì per le elezioni dell’anno seguente.
Nel maggio 1289, papa Niccolò IV insieme con Carlo II d’Angiò vi presiedette il Capitolo Generale.
L’assetto basilicale dell’ampia aula, del transetto e del coro fu allestito secondo i criteri pittorici della Biblia pauperum e della tradizione iconografica dell’Ordine, promuovendo le Storie di San Francesco opera di un frescante di scuola romana recuperate soltanto in parte intorno alla metà del XX secolo.
Negli anni ‘30 del XVII secolo la chiesa, molto umida per le frequenti pianare, fu sottoposta ad un impegnativo intervento di consolidamento e riassetto alzando di sette gradini il piano di calpestio.
Il Comune si prestò a sostenere gli ingenti lavori con il sussidio di 200 scudi.
La decorazione delle cappelle a cornu Evangelii e degli altari a cornu Epistulæ adeguata secondo i criteri post-tridentini fu affidata in gran parte a Vincenzo Manenti, fin dalla lunetta inclusa nell’antico architrave del portale riutilizzato nel 1635 per il nuovo assetto della facciata, in cui l’artista dipinse la Madonna con il Bambino, al fianco San Francesco di Assisi e San Ludovico di Tolosa, Sant’Antonio di Padova e il beato Angelo Tancredi da Rieti.
Il pittore sabino dedicò importanti tele per i Francescani, le confraternite e vari committenti, laici ed ecclesiastici.
La Compagnia di S. Bernardino, che aveva in passato apprezzato i lavori di Ascano Manenti per la propria sede, chiese ed ottenne nel 1638 di avviare l’allestimento della cappella di S. Francesco.
Vincenzo Manenti dipinse la tela dedicata alla Madonna con il Bambino su un alto podio, affiancato da San Giuseppe e San Francesco e in basso a mezza figura il committente in vesti talari.
Per la cappella di Sant’ Antonio di Padova, nel 1640 la confraternita assegnò a Vincenzo Manenti la tela, attualmente depositata nel palazzo episcopale, raffigurante il Santo in una posa originale, capace di riutilizzare con versatilità gli elementi propri dell’iconografia antoniana proponendosi come un archetipo più volte replicato nel corso del Seicento.
Sant’Antonio viene raffigurato come un giovane di bell’aspetto, imberbe, il capo tonsurato, l’umile saio bigio dei Conventuali che scopre i piedi nudi, la mano destra levata in un gesto di benedizione, la sinistra stretta intorno al gambo di un giglio. In piedi su un pilastro, il Bambino Gesù riccioluto, nudo e ridente s’appoggia con un gesto fiducioso alla spalla del Santo.
Al di là della quinta architettonica caratteristica della visione spaziale messa a punto da Vincenzo Manenti, si apre un luminoso scorcio di paesaggio: sotto un cielo velato da nuvole folte, grevi di pioggia, il Santo predica alla folla che lo ascolta commossa.
Il convento, ricostruito e consolidato dopo i terremoti del 1703, fu adibito dopo le soppressioni postunitarie come manicomio ed ospizio di mendicità, poi abitato dagli sfollati dopo il bombardamento del 6 giugno 1944. Negli anni ’60, l’Amministrazione Provinciale stabilì la demolizione per costruire la sede del Liceo Scientifico.
Soltanto l’architetto Riccardo Pacini, al tempo Soprintendente, riuscì nel parziale intento di recuperare l’immagine della Pietà sovrastante sulla porta di collegamento tra la chiesa ed il chiostro dipinto da Vincenzo Manenti con le lunette delle Storie di San Francesco simili per qualità ed ispirazione rispetto alle opere degli Ordini Mendicanti realizzate dal pittore sabino.
A cura di Ileana Tozzi.
