Nel corso del XIX secolo, a mo’ di cerniera fra l’antico regime e lo Stato postunitario, le vicende che segnarono la costruzione del Teatro comunale a Rieti assunsero un valore simbolico tanto che la scelta di dotare la città di un nuovo teatro in muratura, più solido e sicuro del settecentesco Teatro dei Condomini, animò il dibattito ed impegnò l’amministrazione del Buongoverno fin dagli anni ’30 dell’Ottocento.
L’edificio in questione avrebbe dovuto intitolarsi Teatro del Velino, constare di quattro ordini di palchi per un totale di 100 palchi «oltre il lubione».
La spesa prevista nel 1838 era di 10.000 scudi; il finanziamento avrebbe dovuto consistere nella sottoscrizione di azioni da cento scudi ciascuna, da corrispondere annualmente con quote di scudi 25 per la durata di quattro anni.
La prima sottoscrizione per l’acquisto dei palchi, intrapresa fin dagli anni ’30 dell’Ottocento, vide figurare per due palchi il conte Giacinto Vincenti Mareri, per un palco ciascuno il cavalier Filippo Rosati, Benedetto Ricci, il canonico Leoni, Mariano Crispolti, Alessandro Colelli, Cesare Viscardi, Giuseppe Zapparelli, Raffaele Piccadori, Isabella Marefoschi Capelletti, Valerio Vecchiarelli, Camillo Stoli, Filippo Carocci, Alessandro Vincentini, Giuseppe Tomassi, Giuseppe Rosati, Fausto Saggi, Francesco Vincentini.
La Deputazione Teatrale insediata dal Gonfaloniere Basilio Potenziani era costituita da Giacinto Vincenti Mareri, Benedetto Ricci, Giuseppe Tommasi. Tanto l’ingegner Poletti, quanto l’architetto Ceccarini avevano presentato dei progetti, il primo ipotizzando il sostanziale riutilizzo dell’area del preesistente stabile – dall’orto del Capitolo al fabbricato Vincentini al forno Potenziani – l’altro, invece, individuando come più adatta l’area dell’orto Stoli su piazza del Leone.
Il progetto dell’architetto Giovanni Ceccarini, già approvato dall’Accademia di San Luca, sembrò il più meritevole d’attuazione, ma sollevò le speciose critiche del canonico Ferdinando Ricci, portavoce di S.E. monsignor Filippo dei conti Curoli vescovo di Rieti, sostenendo che la costruzione del teatro avrebbe provocato «danno, e disturbo» alle Maestre Pie Venerini ed ai Seminaristi, ostacolando peraltro le pubbliche funzioni della piazza: le processioni solenni, in specie quella della venerata Madonna del Popolo, «il passaggio delle truppe, con parco d’artiglieria (…) in tempo di terremoto (…) la costruzione delle così dette baracche».
Insomma, la costruzione del teatro in quella piazza sarebbe risultato «dannoso, nocevole, inopportuno».
Invano i novatori si sforzarono di dimostrare la pretestuosità della contestazione: al tempo della costruzione del teatro dei Condomini, altrettanto prossimo al Seminario vescovile, vicino alla comunità delle Benedettine di Santa Scolastica «claustrali velate», mentre le Maestre Pie «non fanno voti e possono a loro piacere rivivere al secolo e maritarsi».
Neppure monsignor De Vita, «famigerato per la rigidezza dei costumi e per la santità della vita» aveva mosso obiezioni.
Nato a Benevento nel 1708, Giovanni De Vita aveva compiuto i suoi studi presso i Padri Scolopi ed i Domenicani.
Aveva poi esercitato l’avvocatura a Napoli sotto la guida di illustri giureconsulti del tempo. Nel 1735 era stato consacrato sacerdote ed ammesso fra i canonici della cattedrale di Benevento. Nel 1738 assunse l’incarico di avvocato dei poveri. Quattro anni più tardi, nel 1742 venne incaricato del rettorato del seminario di Benevento.
Nel 1764, fu consacrato vescovo e destinato a reggere la diocesi di Rieti, che amministrò con prudenza e saggezza per dieci anni. A lui si deve la compilazione delle Regole per il Seminario Diocesano, che al primato per l’apertura non aveva fatto corrispondere pari zelo nell’organizzazione, avvalendosi per oltre due secoli delle Regole del Collegio Romano. Il vescovo De Vita era morto a Rieti nella primavera del 1774.
Ora, secondo gli autorevoli membri della Deputazione Teatrale, monsignor Curoli era inconsapevolmente fatto segno ad una strumentalizzazione artatamente organizzata dal canonico Ricci per interessi privati suoi e del suo casato.
Il faentino Filippo dei conti Curoli, nato nel 1796, aveva conseguito il dottorato in utrosque iure nel 1820 e due anni più tardi era stato consacrato sacerdote. Nel 1824, si laureò in filosofia e teologia. Dopo una breve esperienza diplomatica presso la Nunziatura di Baviera, fu nominato segretario del Nunzio Apostolico di Lisbona: qui, prodigandosi nell’assistenza agli ammalati nell’epidemia di colera, fu colpito dal morbo e sollecitamente rimpatriato.
Gli fu dunque affidata la diocesi di Rieti, sede vacante dal maggio 1834, che egli accettò, consapevole delle proprie precarie condizioni di salute, solo dopo le reiterate insistenze di papa Gregorio XVI e del cardinal Pacca. Consacrato vescovo di Rieti il 5 ottobre, entrò solennemente in diocesi quindici giorni più tardi, il 19 ottobre 1834.
Resse con zelo e dedizione la diocesi fino al 26 gennaio 1849, nonostante il progressivo aggravarsi del suo stato di salute, nella dura temperie degli anni che prepararono l’unità d’Italia.
Il suo diniego era causato, secondo i membri della Deputazione, dagli «irragionevoli pretesti di una famiglia straniera con tanta benevolenza accolta, e ricolma di considerazione, di onori, di ricchezze nella nostra città».
Il nobile casato aquilano dei conti Ricci, dunque definito straniero in quanto parte del Regno di Napoli, si era innestato a Rieti fin dagli inizi del XVII secolo quando Artemisia Ricci era andata in sposa al patrizio Alessandro Vincentini. Due secoli più tardi, Giovanni Paolo Ricci (1676-1727), figlio di Anton Maria tenente delle Milizie del Regno e Cameriere d’onore di papa Clemente X, avrebbe preso in moglie la reatina Ginevra Fabri trasferendosi stabilmente nella città ai confini fra Stato e Regno.
Il matrimonio di Giovanni Paolo e Ginevra fu benedetto dalla nascita di numerosa prole, di cui raggiunsero la soglia della maturità cinque figlie femmine ed un maschio, destinato a ripetere nel nome e nella dignità il nonno Anton Maria.
Questi fu infatti Regio Tesoriere, legandosi attraverso un’accorta strategia matrimoniale ai casati più illustri del tempo. Prese infatti in moglie Angela Teresa Centi e, alla morte di costei, sposò in seconde nozze Rosa Potenziani.
Fra le sorelle, quattro – Suor Maria Felice, Suor Angiola Maria, Suor Maria Eletta, Suor Angela Teresa – entrarono nel monastero benedettino di Santa Scolastica, una soltanto, Angiola Ludovica, andò in sposa al patrizio Ludovico Carli.
Anche la successiva generazione dei Ricci fu prolifica e ben radicata nella buona società: dai due matrimoni di Anton Maria nacquero i maschi Michele, Riccio e Serafino, destinato a raccogliere l’eredità paterna con la qualifica di Regio Tesoriere che conferiva lustro al blasone comitale, e le femmine Ginevra, Cecilia, Suor Bernardina e Suor Maddalena, anch’esse monache benedettine della comunità di Santa Scolastica.
Dal matrimonio di Serafino Ricci con la nobildonna aquilana Giuseppa Pica nacquero Rosa, Barbara, Lucrezia, Celestino, Ranuccio, Benedetto, Giovanni, l’arcidiacono Ferdinando, l’illustre poeta Angelo Maria.
Questi, dunque, i protagonisti dei fatti.
Nel 1839, il Delegato Apostolico Caracciolo fece espresso divieto di costruire il nuovo teatro in piazza del Leone.
Fu dunque inevitabile riprendere da capo la questione: un nuovo architetto, un nuovo progetto, un nuovo capitolato e, soprattutto, un nuovo spazio dove costruire il teatro in muratura.
Nel 1853, si costituiva la società per azioni cui aderirono Annibale Vincentini, Giacinto Vincenti Mareri, Paolo Leoni, Vincenzo Vincentini, Giuseppe Tomassi, Clemente Crispolti, che partecipa anche in rappresentanza dei fratelli Tommaso e Cesare, Basilio Sisti, Domenico Morichelli Sacconi, Filippo Alessandro Capelletti, Niccola Severi, Calcedonio Vitelleschi, Filippo Carocci, Sante Marcotulli, Angelo Olivetti, Franco Zapparelli, Francesco Bucci, Pietro Moronti, Francesco Palmegiani, Salvatore Trinchi, Francesco Blasetti, Giuseppe Rosati, Giuseppe Di Guido, Valerio Vecchiarelli, Antonio Colarieti, Annibale De Marco, Domenico Bernardinetti, Agostino Napoleoni, Michele Michaeli, Gentile Lelli, Camillo Raccuini, Cesare Viscardi, Filippo Fiordeponti, Gaetano Iacoboni, Giuseppe Stoli, Carlo Leoni.
Il 7 febbraio fu convocata presso la sede della Delegazione Apostolica a palazzo Sanizi l’Adunanza Generale presieduta dal Delegato monsignor Lorenzo Randi.
Venne eletto il Consiglio di Amministrazione nelle persone del conte Giacinto Vincenti Mareri, del marchese Paolo Leoni, del dottor Basilio Sisti, dell’avvocato Antonio Colarieti e di Michele Michaeli.
L’incarico di stilare progetto e capitolato spettò stavolta all’architetto Ghinelli, che individuò l’area della costruzione «nei locali spettanti alle Nobili Famiglie Clarelli Vincenti ed eredi Nanni», lungo il lato nord di via degli Abruzzi.
Non appena il Comune provvide a stanziare la somma di seimila scudi si dette inizio alla demolizione dei vecchi fabbricati.
Con inattaccabile ottimismo, benché il potere temporale della Chiesa fosse ormai al tramonto, gli azionisti si augurarono che nel giro di quattro anni fossero messe in circolazione azioni per 25.000 scudi.
Negli intenti del Consiglio di Amministrazione, ne avrebbe «beneficio ogni classe d’industriosi, di artieri, di braccianti, e per conseguenza la maggior parte della popolazione, oltre di che ne risente anche indirettamente un vantaggio l’interesse Comunale».
L’Unità d’Italia avrebbe sospeso l’esecuzione del progetto, ormai finalmente ben avviato.
A cura di Ileana Tozzi.
Interno teatro Flavio Vespasiano
Foto sopra: teatro Flavio Vespasiano visto di fianco