Lazio Ieri e Oggi accoglie nel n° 629 di Aprile – Giugno 2020 la ben documentata rassegna dedicata da Stefania Severi a Casperia, l’antica Aspra Sabina, uno dei borghi più suggestivi e ben conservati della Sabina.
Nei pressi di Casperia, appena ad un chilometro di distanza, merita un approfondimento la storia della collegiata della Natività di Santa Maria di Legarano, costruita sulle vestigia di una villa rustica di epoca romana, che il Registrum omnium ecclesiarum Diœcesis Sabinensis descriveva già nel 1343 con le sue 15 cappelle: «Item accessit et visitavit ecclesiam sancte Marie de Legarano de Aspra, in qua instituti sunt tres clerici cum archipresbitero et habet infrascriptas capellas sub se: capellam sancti Iohannis de Aspra in qua instituti sunt tres presbiteri, parrochialem capella sancti Angeli de Castro Iannutii, capellam Sancti Salvatoris de monte, capellam Sancti Consordii, capellam Sancti Viti, capellam Sancti Gervasii, capellam Sancti Angeli, capellam Sancti Iohannis de Marciniano, capellam Sancti Stephani, capellam Sancti Leonardi, capellam Sancti Egidii et Sancte Marie, capellam Sancti Hyppoliti, capellam Sancti Nicolai, capellam sancti Silvestri, in territorio castri Perusini Sancte Restitute».
Santa Maria di Legarano ebbe titolo parrocchiale fino al 1409.
Allora il titolo di collegiata fu trasferito alla chiesa parrocchiale di San Giovanni ad Aspra e il complesso di Santa Maria di Legarano venne assegnato ai frati dell’Ordine dei Gesuati, un movimento laicale fondato alla metà del Trecento da Giovanni Colombini, che la ressero con zelo ed impegno fino alla soppressione, decretata nel 1668 ad opera di papa Clemente IX.
Venti anni più tardi, nel 1686, la chiesa fu restaurata ad opera del Cardinale Carlo Pio di Savoia juniore, Vescovo di Sabina dal 1683 fino alla morte sopravvenuta nel 1689.
Più volte la chiesa di Santa Maria di Legarano fu affrescata dalla bottega dei fratelli veronesi Lorenzo e Bartolomeo Torresani, abili ed apprezzati divulgatori dei canoni dell’arte rinascimentale nella Sabina del Cinquecento.
L’azione dei Torresani a Santa Maria di Legarano è presente fin dalla mandorla del portale d’accesso alla chiesa, dove raffigurarono l’immagine dell’Annunciazione.
Nella parete a cornu Evangelii dell’aula basilicale è affrescato lo Sposalizio della Vergine, opera di Alessandro di Lorenzo Torresani, impaginata nel finto altare, che replica non senza originalità il modello affermatosi agli inizi del XVI secolo con la pala che il Perugino aveva eseguito per la cappella del Santo Anello presso la cattedrale di San Lorenzo a Perugia, ora esposta presso il Musée des Beaux-arts a Caen.
Ma l’opera più rilevante fu il Giudizio Universale allogato nel 1560 a Bartolomeo Torresani grazie al cospicui lascito di duecento scudi ricevuto dai Gesuati di Santa Maria di Legarano alla morte dell’asprese Francesco Massari, già tesoriere generale dello Stato della Chiesa durante il pontificato di Giulio II e di Marcello II.
Bartolomeo Torresani sottoscrisse il 5 maggio di quell’anno il contratto con il quale s’impegnava con l’arciprete Giacomo Tomassoli e con i santesi Lello Colalello e Leonardo Zezze a realizzare entro un anno a partire dal 15 giugno successivo un Giudizio Universale analogo all’affresco dell’Oratorio reatino della confraternita dei mercanti intitolata a San Pietro Martire, evidentemente nota ed apprezzata dai committenti.
L’anno di avvio dei lavori è registrato, in cifre arabiche, in una delle grottesche del sottarco, mentre l’iscrizione apposta in basso a sinistra della parete di fondo attesta che l’impresa fu compiuta in soli sette mesi, riportando la data A.D. MCCCCCLXI DIE XIIII IANUARII.
Sottoposta ad ispezione da un pittore di fiducia dei committenti, rimasto purtroppo anonimo, l’opera fu giudicata conforme al contratto: il 12 luglio 1561, Bartolomeo Torresani riceveva la somma pattuita da parte degli eredi di Francesco Massari, i fratelli Emilio, Giorgio e Benedetto Massari suoi nipoti.
Il Giudizio Universale replicava il capolavoro reatino nell’impostazione generale, ma Bartolomeo ne adattò le scene agli spazi della cappella e, forse, alle attese dei committenti.
Anche qui, come a Rieti, la parete di fondo è dedicata alla scena cruciale del Giudizio e della resurrezione della carne, a sinistra sono dipinti sul registro superiore i Patriarchi ed i Profeti dell’Antico Testamento, nel registro inferiore le anime elette alla gloria del paradiso, a destra sono raffigurate le schiere degli Apostoli, degli Evangelisti, deii Dottori della Chiesa del Nuovo Testamento, in basso le anime dannate, destinate alle pene dell’inferno.
La diversa disposizione dei personaggi che affollano la scena dipende essenzialmente dalla struttura architettonica della cappella voltata a botte e dalle dimensioni piuttosto contenute.
L’arco trionfale, con le sue grottesche su fondo ocra, presenta il consueto apparato di candelieri, sfingi, elementi araldici, ovali con agili figurette e delicati paesaggi che costituisce la cifra distintiva della bottega Torresani, introduce alla cappella concepita come un’autentica galleria di personaggi e concluso dalla parete di fondo sulla quale si svolge la scena del Giudizio.
Nel rigoroso ordine paratattico delle figure allineate sulle bianche nuvole ovattate mancano ormai le anime del purgatorio, che all’atto del Giudizio si è svuotato: restano per l’eternità i beati che hanno ritrovato i loro corpi vigorosi e prestanti, che gustano la letizia del paradiso, i dannati che scontano senza tregua la pena assegnata per le loro colpe irrisarcibili.
Sul registro superiore, si contrappongono le schiere dei protagonisti della Storia Sacra, a sinistra i patriarchi ed i profeti dell’Antico Testamento, ciascuno vestito delle insegne della propria dignità, a destra i santi e i martiri che con il loro sangue hanno riscattato l’umanità dalla condizione del peccato originale.
Tra i personaggi dell’Antico Testamento, è facile ravvisare il padre Adamo ignudo, le pudenda nascoste da una foglia di fico, e alle sue spalle Eva, la madre dell’umanità, anch’essa vergognosa, turbata per la sua nudità, Mosé – purtroppo mutilo – vestito di giallo e di verde, raffigurato nella posa plastica ispirata dalla statua michelangiolesca già riprodotta nel Giudizio reatino.
Alcuni episodi della Bibbia sono evocati con singolare efficacia, come la decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta, l’eroina liberatrice della città di Betania, che compiaciuta si appoggia alla spada insanguinata mentre con la mano sinistra impugna per la chioma la testa del comandante assiro appena spiccata dal busto.
Più ardua l’individuazione dei singoli protagonisti della Storia Sacra tra i Padri della Chiesa, i Santi Vescovi e Cardinali ciascuno ritratto con la mitria calzata sul capo, il piviale sulle spalle, le chiroteche, il pastorale e il libro sapienziale tra le mani ad eccezione di Sant’Agostino ritratto mentre è impegnato nella stesura del De civitate Dei, il cui colorito olivastro palesa l’origine nordafricana.
Nella curvatura delle pareti che prelude alla volta sono dipinti gli angeli musicanti, un altro degli elementi propri del repertorio di immagini caratteristico della bottega Torresani.
La parete di fondo che sigilla questa rutilante galleria di immagini presenta in basso la scena convulsa della resurrezione della carne, preludio della separazione tra le anime destinate alla salvezza eterna e le anime dei reprobi.
Così come nel Giudizio Universale di Rieti, i Santi rappresentati nella cuffia del registro superiore s’impegnano attivamente a porre in salvo le anime periclitanti.
Tra loro spiccano con i rispettivi emblemi parlanti Santa Barbara e Sant’Ansano, Dimaco il buon ladrone che sorregge la croce.
Sotto la chiave di volta, sostenuta da un ricco festone vegetale, è raffigurato il mandylion, l’immagine acheropita del volto di Cristo che la tradizione della Chiesa d’Oriente sulla scorta dello storico Eusebio di Cesarea lega alla corte della città di Edessa.
Al centro della volta, Bartolomeo Torresani dispose la possente immagine del Cristo risorto assiso su un trono di nubi, il busto scoperto, la mano destra levata in atto benedicente, i segni dei chiodi e la ferita del costato ben visibili, le gambe avvolte nel chitone che rammenta il bianco sudario della sepoltura.
Il Risorto esprime nel volto e nei gesti una struggente pietà per l’umanità sofferente, in nome della quale ha sacrificato sé stesso rinnovando il patto d’alleanza infranto con il peccato originale.
Accanto a lui, la Vergine Maria e San Giovanni Battista, la madre e il precursore, testimoni e compartecipi della vicenda terrena del Figlio dell’Uomo.
Un arco di luce intensa, culminante nella sfera di fuoco che promana dalla colomba dello Spirito Santo, avvolge le tre figure a cui fanno da scorta celeste le deliziose testine dei serafini che si mostrano ridenti tra le bianche nuvole sigillate dalla coppia di angeli dalle vesti cangianti con gli strumenti della Passione.
Gli edifici ex conventuali, residenza privata del conte Filippo Aluffi, sono parte integrante della rete delle Dimore Storiche del Lazio.
La chiesa, lesionata dai terremoti del 2016-2017 ed oggetto di un impegnativo intervento di consolidamento e restauro, è stata parte recentemente scelta insieme con la chiesa di San Paolo di Poggio Mirteto come meta delle Giornate di Autunno promosse dal FAI.


