La chiesa di Santa Maria in Legarano

Antichi caratteri dell’architettura sacra dal medioevo al rinascimento,  nuovi interventi di consolidamento ma non di conservazione

Nel corso del XVI secolo, nei pressi di Aspra Sabina, sui resti di una villa rustica sorse la collegiata di Santa Maria in Legarano, denominata precisamente come Natività della Beata Vergine Maria.

Secondo l’archeologo Salmon, monaco benedettino, già parte dell’edificio era esistente ai secoli VII-VIII. Intorno all’anno mille, le absidi del presbiterio altomedievale erano documentate dal Regesto Farfense.

Nel 1343 il Registrum omnium ecclesiarum Diœcesis Sabinensis la chiesa  descriveva dotata di 15 cappelle intitolate al Salvatore e agli altri a San Giovanni, San Michele Arcangelo, San Gervasio, Santo Stefano, Sant’Egidio, Santa Maria, Sant’Ippolito, San Nicola, San Silvestro, Santa Restituta, San Leonardo, San Vito.

Fino al 1409, la chiesa ebbe titolo parrocchiale quando fu assegnata ai frati dell’Ordine dei Gesuati e successivamente annoverata tra gli Ordini Mendicanti nel 1499 da papa Alessandro VI.

Il 18 marzo 1560, alla morte dell’asprese Francesco Massari già tesoriere generale dello Stato della Chiesa durante il pontificato di Giulio II e ancora nel brevissimo pontificato di Marcello II, fu reso noto il lascito testamentario di duecento scudi a favore della chiesa di Santa Maria di Legarano, destinata alla decorazione della cappella che si apre sotto il portico della chiesa.

Già il 5 maggio poté essere stipulato l’atto con il quale Bartolomeo Torresani s’impegnava con l’arciprete Giacomo Tomassoli e con i santesi Lello Colalello e Leonardo Zezze a realizzare entro un anno a partire dal 15 giugno successivo il Giudizio Universale all’interno dell’oratorio, più tardi utilizzato fino al 1972 dai Benedettini belgi e lussemburghesi.

L’anno di avvio dei lavori è registrato, in cifre arabiche, in una delle grottesche del sottarco, mentre l’iscrizione apposta in basso a sinistra della parete di fondo attesta che l’impresa fu compiuta in soli sette mesi, riportando la data A.D. MCCCCCLXI DIE XIIII IANUARII.

Sottoposta ad ispezione da un pittore di fiducia dei committenti, rimasto purtroppo anonimo, solo pochi giorni più tardi l’opera fu giudicata conforme al contratto.

Il 12 luglio 1561, Bartolomeo Torresani riceveva la somma pattuita da parte degli eredi di Francesco Massari, i fratelli Emilio, Giorgio e Benedetto Massari suoi nipoti.

Il Giudizio Universale replicava il capolavoro reatino nell’impostazione generale, ma Bartolomeo ne adattò le scene agli spazi della cappella e, forse, alle attese dei committenti.

Anche qui, come a Rieti nell’oratorio di San Pietro Martire, la parete di fondo è dedicata alla scena cruciale del Giudizio e della resurrezione della carne, a sinistra sono dipinti sul registro superiore i Patriarchi ed i Profeti dell’Antico Testamento, nel registro inferiore le anime elette alla gloria del paradiso, a destra sono raffigurati in simmetria gli Apostoli, gli Evangelisti, i Dottori della Chiesa del Nuovo Testamento, in basso le anime dannate, destinate alle pene dell’infermo.

La diversa disposizione dei personaggi che affollano la scena dipende essenzialmente dalla struttura architettonica della cappella, più ridotta nelle dimensioni e voltata a botte rispetto all’oratorio reatino della Confraternita di San Pietro Martire.

L’arco trionfale, con le sue grottesche su fondo ocra, con il consueto apparato di candelieri, sfingi, elementi araldici, ovali con agili figurette e delicati paesaggi, introduce allo spazio affrescato dell’oratorio, concepito come un’autentica galleria di personaggi e concluso dalla parete di fondo sulla quale si svolge la scena del Giudizio.

Sul registro superiore, sono affrontate le schiere dei protagonisti della Storia Sacra, rispettivamente a sinistra i patriarchi ed i profeti dell’Antico Testamento, ciascuno vestito delle insegne della propria dignità, a destra i santi e i martiri che con il loro sangue hanno riscattato l’umanità dalla condizione del peccato originale.

Tra i personaggi dell’Antico Testamento, è facile ravvisare il padre Adamo ignudo, le pudenda nascoste da una foglia di fico, e alle sue spalle Eva, la madre dell’umanità, anch’essa vergognosa, turbata per la sua nudità, Mosé – purtroppo mutilo – vestito di giallo e di verde, raffigurato nella posa plastica ispirata dalla statua michelangiolesca già riprodotta nel Giudizio reatino.

Alcuni episodi della Bibbia sono evocati con singolare efficacia, come la decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta, l’eroina liberatrice della città di Betania, che compiaciuta si appoggia alla spada insanguinata mentre con la mano sinistra impugna per la chioma la testa del comandante assiro appena spiccata dal busto.

Più difficile tentare l’individuazione dei singoli protagonisti della Storia Sacra tra i Padri della Chiesa, i Santi Vescovi e Cardinali ciascuno ritratto con la mitria calzata sul capo, il piviale sulle spalle, le chiroteche, il pastorale e il libro sapienziale tra le mani ad eccezione di Sant’Agostino ritratto mentre è impegnato nella stesura del De civitate Dei, il cui colorito olivastro palesa l’origine nordafricana.

Nella curvatura delle pareti che prelude alla volta sono dipinti gli angeli musicanti.

La parete di fondo che sigilla questa rutilante galleria di immagini presenta in basso la scena convulsa della resurrezione della carne, preludio della separazione tra le anime destinate alla salvezza eterna e le anime dei reprobi.

Così come nel Giudizio Universale dei confratelli dell’Oratorio di San Pietro Martire a Rieti, i Santi rappresentati nella cuffia del registro superiore s’impegnano attivamente a porre in salvo le anime periclitanti.

Tra loro spiccano con i rispettivi emblemi parlanti Santa Barbara e Sant’Ansano, il buon ladrone Dimaco che sorregge la croce.

Sotto la chiave di volta, sostenuta da un ricco  festone vegetale, è raffigurato il mandylion, l’immagine acheropita del volto di Cristo che la tradizione della Chiesa d’Oriente sulla scorta dello storico Eusebio di Cesarea lega alla corte della città di Edessa.

Al centro della volta, Bartolomeo Torresani dispose la possente immagine del Cristo risorto assiso su un trono di nubi, il busto scoperto, la mano destra levata in atto benedicente, i segni dei chiodi e la ferita del costato ben visibili, le gambe avvolte nel chitone che rammenta il bianco sudario della sepoltura.

E’ questa un’immagine struggente, assai lontana da quella del giudice implacabile che sarebbe legittimo attendersi in un grande affresco dalla palese ispirazione escatologica dedicato ad illustrare i Novissimi.

Il Risorto esprime nel volto e nei gesti una struggente pietà per l’umanità sofferente, in nome della quale ha sacrificato sé stesso rinnovando il patto d’alleanza infranto con il peccato originale.

Accanto a lui, la Vergine Maria e San Giovanni Battista, la madre e il precursore, testimoni e compartecipi della vicenda terrena del Figlio dell’Uomo.

Un arco di luce intensa, culminante nella sfera di fuoco che promana dalla colomba dello Spirito Santo, avvolge le tre figure a cui fanno da scorta celeste le deliziose testine dei serafini che si mostrano ridenti tra le bianche nuvole sigillate dalla coppia di angeli dalle vesti cangianti con gli strumenti della Passione.

Recentemente la bella architettura dell’edificio sacro medievale, caratterizzato dalle eleganti absidi, è stata contaminata all’esterno dall’intonaco armato motivato dal miglioramento sismico, progettato dai tecnici del Comune di Casperia ed inizialmente approvato dalla Soprintendenza, celato dalla cappa dell’improvvido intervento.

Allo stato attuale, dopo le polemiche generate dalla popolazione, i lavori sono sospesi: non resta che aspettare

2026-03-27T09:33:14+00:0026 Marzo 2026|

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